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 Spazio della Cultura: Casa della Memoria e della Storia

Organizzazione: Comune di Roma -
Assessorato alle Politiche Culturali e alla Comunicazione
Dipartimento IV Politiche Culturali PAV,
in collaborazione con Zètema Progetto Cultura
Promotore: Casa della Memoria e della Storia

 
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"Ellis Island: italiani d'America"
è un'iniziativa nata da un'idea di Nino Di Paolo
in collaborazione con il Museo dell'Emigrazione di Cansano (L'Aquila),

Presentazione di Nino Di Paolo

Sono nato in un piccolo paese dell’Abruzzo montano – Cansano – che, alla fine dell’800 e nei primi decenni del secolo scorso, è stato protagonista, come molti altri, di un massiccio fenomeno migratorio. Ho respirato aria di emigrazione sin dall’infanzia.
Un giorno, molti anni fa, trovandomi a New York, visitai casualmente il museo dell’emigrante di Ellis Island, situato su una piccola isola a circa un miglio a sud di Manhattan. Ritrovai le tracce di lontani parenti fra i seicentomila nomi incisi sui pannelli di metallo posti lungo il muro circolare del giardino che affaccia sulla statua della Libertà. Rimasi profondamente turbato e da quel giorno iniziai a scavare fra le atmosfere evocative di quelle storie lontane.
Ma come sempre accade, quando lasciamo al gioco della fantasia la responsabilità di un progetto non ben definito, prese corpo una ricerca che andava al di là delle ragioni contingenti che l’avevano propiziata fino ad esplorare quelle più profonde che si nascondono dietro il dolore universale di un distacco. Lo sforzo compiuto in quella direzione è ispirato da un unico filo conduttore che da Ellis Island si snoda fino ai nostri giorni, con le immagini più emblematiche delle diaspore balcaniche.
È proprio per questo che una parte importante dell’iniziativa presentata alla Casa della Memoria e della Storia è rappresentata dalla mostra relativa alla “grande emigrazione” avvenuta attraverso Ellis Island, “l’isola delle lacrime”, situata nel tratto di mare dove l’Hudson si unisce all’East River prima di sfociare in Atlantico.
La motivazione che ha dato vita a questa proposta è stata molto forte perché “l’amore per la propria Terra”, come diceva Silone, “uno se lo porta dentro, diventa una parte di te in qualunque parte del mondo tu viva”.
Ma non basta.
Tutti abbiamo in noi un ‘‘emigrante” che sonnecchia e che risponde ad un’immagine di distacco e di rifiuto.
Egli non è mai l’Altro, nel senso che non ci sono uomini che nascono con un destino di emigrante e altri che vengono al mondo con una promessa di felicità. La dimensione dell’emigrante è un’ombra rannicchiata in fondo all’esistenza che può affiorare in superficie nei momenti più impensabili della nostra vita. E se da qualche parte noi siamo “stranieri a noi stessi”, se l’emigrante è dentro di noi, può essere utile imparare a fargli posto.
Nel momento in cui molti continuano a vagare di Paese in Paese, in cerca di rifugi sempre più improbabili, potrebbe sembrare futile o sentimentalmente compiacente voler ancora una volta evocare queste storie di immagini vecchie e ingiallite. Io credo invece che il tema sia molto attuale poiché c’è ancora una Ellis Island intorno a noi e che appartiene a tutti coloro che per varie ragioni non scelgono, ma sono costretti a dover abbandonare i luoghi in cui sono cresciuti.
Ma per vivificare questo dibattito, che sarà materia del Convegno “Migrazioni di ieri e di oggi” previsto per gennaio, occorre partire dalla nostra “grande” emigrazione, un fenomeno spesso ignorato, quasi una parentesi da cancellare e di cui vergognarsi. Eppure dimenticare la propria storia equivale a negare almeno una parte della propria identità.
Perché dovrei vergognarmi di apprendere che i miei nonni, e molti dei miei lontani parenti furono emigranti, che speravano in un riscatto sociale nelle miniere del Colorado o nelle lontane pianure dell’Australia?
Capire perché se ne andarono, a quali condizioni di vita vollero fuggire, come se ne andarono, e a quali umiliazioni devastanti dovettero piegarsi, può essere uno sforzo utile che ci aiuta a capire il nostro presente.
Per oltre sessant’anni, dal 1892 al 1954, gli edifici rosso mattone eretti su quel piccolo lembo di terra ospitarono la più grande massa migratoria della nostra storia contemporanea.
Tutti venivano passati in rassegna per verificare malattie o menomazioni, mentre la lunga fila dei nuovi arrivati saliva la ripida scala verso la grande ed assordante Sala di Registrazione. Iniziava il “labirinto ispettivo” prima di essere ammessi negli Stati Uniti.
Più di 100 milioni di americani possono far risalire le loro origini a un uomo, una donna o un bambino che passarono per Ellis Island. Questa è la ragione per cui in un rapporto annuale del 1927 il Commissario Generale dell’immigrazione osservò: «se le espressioni “Ellis Island” ed “immigrazione” non fossero sinonimi non si potrebbe mai pensare alla prima senza collegarla alla seconda».
Stiamo parlando di una delle più colossali trasmigrazioni della civiltà occidentale che, dal 1880 alla prima guerra mondiale, coinvolse circa 14 milioni di persone dirette negli Stati Uniti d’America. Nel secolo successivo la cifra del fenomeno avrebbe raggiunto più di 26 milioni. A quell’esodo biblico l’Italia diede uno dei contributi maggiori.
Interi scaffali di libri hanno esaminato questo complesso fenomeno, analizzandone le cause vicine e remote; la stessa descrizione letteraria, ispirandosi ad esso, ha raggiunto punte di estrema bellezza. C’è tuttavia una storia dell’emigrazione che non può essere racchiusa nei libri e che trova nelle immagini e, perché no, talvolta nella musica un’espressione migliore. A tal proposito, si è pensato ad una rassegna cinematografica, con una selezione di film e documentari sul “sogno” dell’emigrante e a una serata musicale, per ripercorrere il grande repertorio ispirato alle vicende degli emigranti.

 

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